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Incontro con il grande cartoonist e disegnatore Joshua Held, creatore dei celebri Nasoni
“Quando vado al cinema voglio uscirne arricchito, il surreale racconta più del reale stesso”.

Cartoonist, animatore, autore di video e corti animati, serie per ragazzi e libri per bambini, creatore dei celebri Nasoni. Un talento che sgorga già dai primi vagiti di idee durante l’infanzia senza mai smettere di prendere per mano Joshua Held. Occhi miti in costante ricerca di nuovi tratti, voce che sembra fatta apposta per raccontare fiabe, una storia lavorativa che traghetta con sé una miriade di attività e aneddoti sempre con lo stesso intento: andare oltre quello che già si vede per scoprire un tassello in più. Quello che guarda caso non ti aspetti. E un talento particolare che è diventato un lavoro a 360 gradi. In occasione dell’evento speciale del MantovaFilmFest 2016 “L’Italia di cartone” all’auditorium “Campiani” abbiamo incontrato uno dei più importanti referenti di oggi in questo ambito. E lui ci dice la sua: come sempre… buona la prima.

Joshua, partiamo da una considerazione: per dare vita ai famosi Nasoni è necessario ficcare per bene il naso nella realtà rappresentando senza reticenze fragilità e difetti umani come il narcisismo, la solitudine, l’ipocrisia, l’opportunismo. Creare per raccontare significa quindi in qualche modo farsi un giro scomodo nella realtà?

“Sicuramente, anche perché i Nasoni sono condensazioni di contraddizioni messe in evidenza tramite questa parte: il naso che esprime sempre una situazione e un carattere. È importante questa cosa: partendo dalla realtà cerco però sempre in tutto quello che disegno di non diventare mai didascalico. Il mio obiettivo è di guardarla da lati insoliti e soprattutto di far vedere ciò che in qualche modo non abbiamo ancora colto. Nei lavori altrui cerco lo stesso”.

I nasi al posto degli occhi… quindi i nasi parlano?

Sorride: “Sì, i nasi dicono molto e io ne disegno di ingombranti. Gli occhi nei miei disegni li ho addirittura eliminati, sono stato molto influenzato da piccolo dai cartoni del passato, pensiamo al personaggio de “La linea”, ad esempio. Anche senza avere come riferimento gli occhi, dal naso si capiscono situazioni ed emozioni. Il naso dà, infatti, una direzione allo sguardo, spesso è sufficiente che ci sia un incontro di sguardi ideali tra i personaggi per cogliere al volo la situazione. A seconda della forma che possiede il naso esprime un carattere, un difetto, una caratteristica morale. Se ne disegno uno arricciato, ad esempio, è perché voglio imprimere una determinata caratteristica come ad esempio l’antipatia”.

Ci sono i cartoni animati e allo stesso tempo quelli che io definisco i “disegni animatori”, ossia quelli che animano un confronto anche scomodo su difetti e debolezze delle persone. I suoi disegni sono così. Anche il cinema racconta questi difetti ma spesso i disegni, pur nella loro schiettezza e ironia, risultano più accettabili: si ritrova in questo pensiero?

“È proprio per questo che amo disegni e cartoni animati. Io non voglio andare al cinema per vedere qualcosa che già so, voglio uscirne arricchito, andare oltre. Il cartone animato opera una trasformazione della realtà e questo aiuta a veicolare idee, emozioni, situazioni che feriscono di meno ma aggiungono qualcosa di nuovo. Il cartone animato è un vero e proprio mezzo e per questo non verrà mai abbandonato”.

Il surreale è quindi più reale del reale stesso?

“Proprio così!”

Domanda che richiede una risposta di pancia. Disegnare fa rima con…?

Sorride: “Andare! Sempre”.

Lei lavora per importanti aziende realizzando corti che sono dei veri e propri cartoni animati, delle storie da assaporare per le tante sfumature ironiche e impertinenti che regalano. Domanda impertinente: le è mai capitato di dire di no a un marchio perché sarebbe stato in contraddizione con le sue idee e l’avrebbe fatta sentire un po’ in difetto come i suoi Nasoni?

“Per fortuna le aziende con cui lavoro tuttora mi hanno lasciato sempre molta libertà creativa e d’azione però è capitata questa contraddizione e in quei casi non è potuto concretizzarsi nessun rapporto lavorativo”.

Cogliamo l’occasione: qual è il più grande luogo comune da scardinare sui disegnatori?

“Ce ne sono diversi, sicuramente il fatto che siamo dei solitari. In realtà molti dei nostri lavori richiedono lavoro di squadra ed è bello. Certo io preferisco in qualche modo quello del disegnatore, più solitario”. Sorride.

Sara Bellingeri  

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