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Incontro con Gianluca De Serio, uno dei registi del documentario “I ricordi del fiume”
“Abbiamo il privilegio di lavorare a contatto diretto con il tempo e con lo sguardo: il film ha l’obiettivo di creare una memoria condivisa”.

Incontro con Gianluca De Serio, uno dei registi del documentario “I ricordi del fiume”

Si dice che tutto scorre - pánta rêi – ma non sempre è così. Ci sono ricordi che si ormeggiano nel cuore e sono quelli che custodiscono i momenti più importanti della nostra vita e che portiamo con noi ovunque andiamo. Immagini che ci fanno fermare su un’emozione, sul tempo che l’ha fatta vivere e da lì crea storie da condividere. Il lavoro che ha portato alla realizzazione del film documentario “I ricordi del fiume” di Gianluca e Massimiliano De Serio si può dire che si nutra di ricordi attraverso i volti, gli occhi e gli scorci di vita dei protagonisti di una vicenda non facile e proprio per questo da raccontare. Siamo a Torino, sugli argini del fiume Stura, dentro le insenature profondamente umane e complicate di una baraccopoli in cui vivono oltre mille persone di diversa nazionalità. Il luogo è destinato ad essere smantellato con conseguente trasferimento delle famiglie. E questo smantellamento, questo distacco, è al centro del film che come una rete rispettosa ma allo stesso incisiva, pesca i ricordi, i drammi, le speranze e la vita delle persone che hanno sperimentato questo passaggio. Le riprese sono iniziate nel febbraio 2014 e terminate a giugno 2015 per un totale di 300 ore di girato.

Non volevamo raccontare la cronaca ma fermare i ricordi e soprattutto che cosa resta di questi - spiega Giancluca De Serio, ospite della terza giornata del MantovaFilmFest 2016 - Abbiamo raccolto la memoria di questo luogo durante il processo di smantellamento: il film ha l’obiettivo di creare una memoria condivisa”.

Com’è avvenuta la strutturazione del documentario?

Lo abbiamo costruito come se fosse il labirinto di questa memoria con piccoli ritratti che immergono in un’empatia, direttamente dentro il vissuto. Abbiamo il privilegio di lavorare a contatto diretto con il tempo e con lo sguardo. Stiamo, infatti, parlando della vita: un accumulo di ricordi ed emozioni contrastanti a cui ci aggrappiamo”.

Qual è l’aspetto che vi ha dato più soddisfazione di questo lavoro complesso?

Sicuramente quello relazionale: il fatto che si siano creati rapporti umani e in diversi casi anche amicizie che durano tuttora e che non hanno avuto fin dall’inizio alcun carattere strumentale. La cosa più bella è l’amicizia instauratasi con alcuni ragazzi della baraccopoli che hanno capito l’importanza di questo documentario percepito come strumento di memoria. La soddisfazione più grande per chi fa un film è di dare tutto lo spazio possibile ai veri protagonisti e di scomparire totalmente come autore”.

E quello più complicato?

Il fatto di sperimentare la quotidianità difficile della baraccopoli fatta di sporcizia, topi, fumi malsani, difficoltà di ogni tipo. Le persone che abitavano lì ci hanno accolto molto bene perché hanno capito che non volevamo rubare informazioni ma creare una memoria. Noi abbiamo innescato un processo di curiosità molto rispettoso: siamo partiti dalle famiglie di due baracche per poi allargarci alle altre”.

Riguardo agli stereotipi esistenti su questi luoghi aggiunge: “Dove c’è povertà c’è disagio e l’intento del nostro documentario è proprio quello di andare al di là dei luoghi comuni che portano solo al giudizio e non a una comprensione”.

La regia: qualcosa di particolare da gestire in due. Come vi siete trovati su questo fronte?

Ormai abbiamo maturato un metodo di divisione dei compiti che cambia a seconda dei film e con il quale ci troviamo molto bene. Il cinema è qualcosa di naturalmente collettivo e noi siamo abituati a lavorare insieme. Certo, capita anche di avere idee diverse e magari di scontrarsi ma poi si arriva sempre a una sintesi e a un accordo: il confronto con tutti resta basilare”.

Sara Bellingeri