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Incontro con Vitaliano Trevisan e Gianclaudio Cappai, attore e regista di “Senza lasciare traccia”
“Un film deve lasciare qualcosa, essere perturbante. L’importante è che non sia definito carino”.

Un connubio forte di intenti artistici e professionali, un contrasto cromatico e di caratteri che colpisce. Incontrare insieme Vitaliano Trevisan e Gianclaudio Cappai fa questo effetto. Nell’atmosfera familiare ricreata all’interno del giardino del cinema Mignon, l’attore (Trevisan) e il regista (Cappai) del film in concorso al MantovaFilmFest 2016 “Senza lasciare traccia”, raccontano questa esperienza - e in qualche modo si rivelano - sbucciando parole e riflessioni fino ad arrivare al nocciolo della questione, con sincerità.

Vitaliano Trevisan: in primis sceneggiatore e scrittore, iridi acciuffate da un cielo invernale, voce frastagliata, sguardo incisivo e a tratti malinconico. Gianclaudio Cappai: occhi d’ebano che sorridono spesso, voce solare e tono schietto. Una coppia di talenti diversi e altamente compatibili che si è radunata, così come succede quando si vuol dar vita artisticamente e artigianalmente a una storia, soprattutto se questa si affaccia su una vicenda definita come perturbante: “Bruno ha cercato di dimenticare un passato di cui porta i segni sulla pelle e dentro di sé, nella malattia che lo consuma lentamente: di quel passato non ha mai parlato con nessuno, neanche con la sua compagna. Fino a quando non ha l’occasione di tornare nel luogo dove tutto è cominciato: una fornace ormai abbandonata, diventata il rifugio di un uomo e della figlia. Nessuno dei due riconosce quell’intruso, né immagina le sue intenzioni. Per guarire, Bruno deve cercare tracce, cancellarle e tentare di fermare l’intruso che è in lui”. Tra gli interpreti principali anche Michele Riondino e Valentina Cervi.

Uno dei temi focali del film è quello delle tracce procurate da un dolore o da un danno subìto. Tracce depositate dentro di noi, in qualche modo incorruttibili, che non si possono togliere, ma che a loro volta corrompono anima e corpo. Che cos’ha significato lavorare su questo aspetto così trasversale e anche universale?

Cappai: “Sicuramente nella storia questo nucleo della traccia doveva mettere in gioco il tema dei corpi estranei che rimanevano dentro il protagonista, interpretato da Michele Riondino, e che gli avevano causato dei dolori lasciando segni non solo esterni ma soprattutto interni. Il destino poi gli offre l’occasione di cercare di cancellarle anche se poi scoprirà strada facendo che è impossibile”.

 

Chi scrive, un libro o per il cinema, è perché inequivocabilmente vuole lasciare una traccia. Quale di questi due canali artistici secondo voi è in grado di lasciare quella più potente?

Trevisan: “Entrambi sono in grado di lasciare tracce forti. A volte restano impresse le parole, altre le immagini, l’importante è che si tratti sempre di un lavoro ben fatto”.

Quando si crea una storia arrivano prima le immagini o le parole?

Trevisan: “Di sicuro io prima scrivo sempre, quindi arrivano le parole”.

Cappai: “Per molti sceneggiatori il regista che lavora subito per immagini può essere un problema perché significa che pensa attraverso le scene e gestire questo aspetto non è semplice.

Le tracce che lascia il cinema devono essere disturbanti per creare un effetto, come nel vostro film?

Cappai: “Questo è un film che non lascia indifferenti e per certi aspetti molti lo troveranno disturbante, parola alla quale io non do per forza un’accezione negativa. L’importante è che nessuno esca dalla sala dicendo che il film è carino: significa allora che è stata fatica sprecata. Un film deve far riflettere. Anche il fatto che il personaggio stesso cerchi un capro espiatorio per sfogare una rabbia che non riesce più a gestire è un altro aspetto importante”.

Trevisan: “Io preferisco usare la parola perturbante, il disturbo evoca solo una rottura di scatole”.

Trevisan, questa frase è sua: “L’origine è un vestito che uno non smette mai”. Anche l’origine è una traccia che portiamo con noi e che accezione ha?

Trevisan: “Si tratta di una cosa che va accettata e che non è né negativa né positiva. E poi mi chiedo: perché cambiare per forza vestito? Soprattutto se è di buona stoffa può durare tutta la vita”.

Trevisan è autore del recente libro “Works” (Einaudi) in cui si afferma “Il lavoro fa l’uomo e la donna”. A proposito di lavoro: fare il regista e l’attore oggi in Italia è un mestiere sostenibile o un lusso per pochi?

Trevisan: “Sì per la seconda: è un lavoro da ricchi e non è un problema solo di questa professione. Non si parla mai delle classi sociali che resistono ancora come realtà e che restano compatte: di solito i benestanti si sposano con altri benestanti. C’è tutta una serie di lavori, non solo artistici, che sono riservati a determinate classi sociali prive di problemi economici. In Italia poi, come per tutto il resto, funziona molto per conoscenze”.

Cappai: “Io stesso ho fatto diversi lavori per potermi mantenere. Consideriamo che i film vanno a progetto: ti danno una paga e te la devi far bastare per un paio di anni nei quali però devi già trovarti i lavori per quelli successivi. Tutto questo se non hai qualcuno alle spalle che ti aiuta e finanzia: allora è un altro discorso”.

Risultato disarmante: il rischio è quello di vedere opere fatte da persone che non conoscono sulla propria pelle le difficoltà e le complicazioni della vera quotidianità…

Trevisan: “Proprio poco tempo fa Alain Delon diceva che il problema è che il cinema non prende più gente dalla strada mentre una volta questa cosa era abbastanza comune, pensiamo ad esempio a Pasolini”.

Cappai: “La faccia in un cinema conta molto e purtroppo non tutti quelli che hanno studiato nelle accademie ce l’hanno”.

Sara Bellingeri


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