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Intervista a Valentina Bertani

19 Agosto 2023

Con il suo documentario La timidezza delle chiome ha conquistato pubblico e critica, dal Festival di Venezia ai David di Donatello. La mantovana Valentina Bertani, già autrice di videoclip, fashion film e documentari per la tv ha presentato la sua prima opera cinematografica al MantovaFilmFest 2023. L'abbiamo incontrata per scoprire qualcosa in più sul suo film, che definisce «un racconto di formazione al contrario» con protagonisti Benjamin e Joshua, gemelli omozigoti affetti da autismo che alla fine delle scuole superiori devono decidere cosa fare da grandi in un mondo che non sa bene che farsene di due come loro.

«Tutto nasce nel 2017. Incontro Benji e Josh per caso per strada a Milano, sui Navigli. Li ho visti mentre camminavano e mi sono innamorata di loro da un punto di vista estetico: sarà per deformazione professionale, ma il loro look e il loro modo di fare mi ha colpita. Li ho fermati per conoscerli, mi sembravano usciti da un film di Harmony Korine. Quando ho provato ad attirare la loro attenzione non hanno minimamente reagito, allora li ho lasciati andare per la loro strada. Poi però ci ho ripensato, non ho voluto lasciarmi scappare questa occasione. Da lì ho iniziato a chiedere alla gente del quartiere se li conoscessero: li conoscevano eccome, li chiamavano  “i pazzini”, i figli autistici del gestore di uno storico locale di musica dal vivo di Milano. Ho rintracciato il numero di telefono dei genitori per proporgli di lavorare con loro a un progetto che di fatto ancora non c’era».

Come sei riuscita a costruire il rapporto di fiducia necessario per costruire con loro un film? 
«Al primo appuntamento ci siamo incontrati con loro e i miei sceneggiatori, i gemelli sono stati abbastanza respingenti, d’altronde noi ai loro occhi non eravamo nessuno, solo dei “vecchi” che gli rompevano le scatole (avevano diciott'anni all'epoca)… Per due ragazzi con disabilità intellettiva, poi, un approccio come il nostro non poteva funzionare: imporgli la nostra presenza era la scelta sbagliata, abbiamo quindi aspettato che loro facessero il primo passo. Il primo passo è stato andare a vedere una partita di calcio che aveva regole tutte sue, e lì abbiamo capito che vivevano la loro vita allo stesso modo. Da lì abbiamo iniziato a frequentarli tutte le settimane, abbiamo ipotizzato una strada per raccontare la loro vita e abbiamo provato a fare alcune riprese quasi subito per capire se un film con Josh e Benji poteva funzionare. Abbiamo girato una scena test, che poi è diventata l’inizio del film. Essendo tra l’altro il loro esame di maturità, riuscire ad avere i permessi per le riprese è stata un’impresa: infatti quella è stata una delle scene più documentaristiche del film, dove siamo intervenuti di meno sulla messinscena per non interferire sullo svolgimento dell'esame. Poi il racconto si è sviluppato ulteriormente grazie al rapporto di fiducia che siamo riusciti a creare».

Come fa un film così indipendente a trovare una strada per la sala? 
«Per noi è stata una combinazione di coincidenze fortunate e intraprendenza. Il film era pronto a inizio 2022, in piena crisi delle sale e quindi c’era una totale diffidenza verso i prodotti rischiosi. I distributori non volevano saperne, nonostante avessimo trovato una coproduzione internazionale. A quel punto abbiamo deciso di fare di testa nostra e puntare in alto, a I Wonder, che per noi è una delle case di distribuzione più interessanti e vincenti in Italia. Siamo riusciti a inviargli il film grazie a una conoscenza comune, e fortunatamente si sono innamorati del nostro lavoro».

E adesso, prossimi progetti? 
«Stiamo lavorando a un nuovo lungometraggio, le riprese sono in programma per maggio 2024, si tratta di una coproduzione Italia-Svizzera. Un film di fiction pura che sarà in parte autobiografico e si basa su un’esperienza vissuta da me e mia sorella in un’estate mantovana. Vediamo se riusciremo a girare alcune scene anche a Mantova: ci piacerebbe tornare a casa dopo aver ambientato alcune scene della Timidezza delle Chiome, non fosse altro che per il fatto che ci ha portato bene!»